Erasmo da Rotterdam
Il sapere come civiltà
Basilea, 1516. Una stamperia rumorosa, le presse che battono giorno e notte. Un uomo di cinquant'anni, magro, con il viso sottile e gli occhi attenti, sorveglia la stampa di un libro che cambierà l'Europa. È un'edizione critica del Nuovo Testamento, in greco, con la sua traduzione latina a fronte. Si chiama Desiderio Erasmo, viene da Rotterdam, ed è il primo intellettuale europeo nel senso moderno della parola.
Per quasi tutta la sua vita non ha avuto una casa. Ha vissuto a Parigi, a Lovanio, a Cambridge, a Friburgo, a Basilea, ospite delle università e dei principi che lo cercavano. Ha scritto in latino — la lingua comune di tutti gli uomini colti del suo tempo — e i suoi libri sono stati letti dovunque ci fossero stamperie. Era, in pratica, l'opposto del dotto medievale legato a un monastero o a una città.
Erasmo inventa un nuovo modello di intellettuale, che ancora oggi riconosciamo: l'uomo di lettere libero, cosmopolita, indipendente dal potere, che vive del proprio mestiere intellettuale e parla a tutta l'Europa colta.
L'umanesimo
Erasmo è il volto più famoso di un movimento più grande: l'umanesimo. Era nato in Italia un secolo prima — con Petrarca, con Salutati, con Bruni — e aveva poi attraversato le Alpi conquistando l'Europa del Nord. La sua intuizione fondamentale era semplice e rivoluzionaria: per capire chi siamo dobbiamo tornare ai classici greci e latini, leggerli direttamente, senza i filtri delle traduzioni medievali.
Gli umanisti riscoprono Cicerone, Tito Livio, Plutarco. Imparano il greco — che nel Medioevo era stato dimenticato in Occidente. Cercano nei monasteri vecchi manoscritti dimenticati e li riportano in luce. Una generazione di filologi geniali, da Lorenzo Valla a Poliziano a Erasmo stesso, ricostruisce i testi nella loro forma più antica e affidabile.
È una rivoluzione silenziosa ma profonda. Per mille anni la cultura europea era stata dominata dai libri sacri. Ora a fianco della Bibbia tornano i classici pagani, letti come maestri di umanità, di stile, di pensiero.
Studia humanitatis
Gli umanisti coniarono l'espressione che dà il nome al loro movimento: studia humanitatis. Studi che fanno l'uomo. Cinque discipline: grammatica, retorica, poesia, storia, filosofia morale. Non quelle medievali — diritto, teologia, medicina — orientate alla professione, ma quelle che servono a formare la persona, prima ancora del professionista.
Da qui viene la nostra parola "umanistico". Un liceo classico, oggi, è diretto discendente degli studia humanitatis. Si studia il latino, il greco, la storia, la filosofia, la letteratura — non perché serva a un mestiere preciso, ma perché si pensa che servano a essere persone più complete.
Erasmo riassume il programma in una frase: "Gli uomini non nascono uomini, ma lo diventano". Si nasce con un corpo umano, ma l'umanità vera — la capacità di pensare, di sentire, di vivere bene insieme agli altri — si conquista. Si conquista, soprattutto, attraverso lo studio.
Il sapere come conversazione civile
C'è un'altra cosa che distingue l'umanista dal dotto medievale. Il medievale scrive Summae enormi e serissime. L'umanista scrive lettere, dialoghi, brevi saggi, raccolte di proverbi. Erasmo pubblica gli Adagia — quattromila proverbi e citazioni greco-latine commentate — perché un uomo colto possa parlare con eleganza di tutto. Pubblica i Colloquia familiaria — dialoghetti su come comportarsi a tavola, come ricevere un ospite, come scrivere una lettera amichevole — perché la cultura entri nella vita quotidiana.
L'idea profonda è che il sapere non è solo erudizione: è anche civiltà. È il modo in cui le persone colte si parlano fra loro, si scrivono, si stimano, costruiscono insieme un mondo più garbato e più giusto. Erasmo chiama questa rete "la repubblica delle lettere": una comunità ideale di tutti gli uomini di pensiero d'Europa, al di là delle frontiere politiche, delle confessioni religiose, delle lingue parlate.
In un'epoca in cui l'Europa cominciava a dilaniarsi nelle guerre di religione, era una visione coraggiosa. Erasmo predicava la tolleranza, la moderazione, il dialogo, in mezzo a uomini come Lutero e Calvino e Loyola che predicavano ognuno la propria verità assoluta. Per questo finì incompreso da tutti — i protestanti lo accusavano di essere troppo cattolico, i cattolici di essere troppo protestante. Ma la sua idea di sapere come civiltà non morì mai del tutto.
L'Elogio della follia
Il libro più letto di Erasmo è il più strano: l'Elogio della follia, scritto in pochi giorni nel 1509 mentre era ospite di Tommaso Moro a Londra. È un piccolo capolavoro di ironia. La protagonista è la Follia in persona, che fa l'elogio di se stessa, e nel farlo passa in rassegna i vizi di tutti — re, papi, monaci, professori, mercanti, mariti gelosi.
Erasmo ride dell'umanità. Ma è un riso intelligente, che fa pensare. Per la prima volta dopo molti secoli, un libro colto prende in giro la società in cui vive senza sembrare blasfemo. Lo stile è leggero, ma le verità che dice sono pesanti. Il libro avrà successo enorme: trentasei edizioni in dieci anni, traduzioni in tutte le lingue europee.
Dall'Elogio della follia discende, in qualche modo, ogni saggio ironico, ogni libro di satira intelligente, ogni opera che usi il sorriso come strumento di verità. Senza Erasmo non avremmo Voltaire, e senza Voltaire non avremmo gran parte del giornalismo moderno.
L'eredità
Tre idee Erasmo ci ha consegnato, ed è impressionante quanto siano ancora vive.
La prima è che il sapere non è specializzazione, ma formazione integrale della persona. Si studia per diventare uomini e donne migliori, prima ancora che per avere un mestiere. Ogni volta che un genitore manda un figlio al liceo classico anziché a una scuola tecnica, sta — anche senza saperlo — facendo una scelta erasmiana.
La seconda è che la cultura ha una dimensione civile. Non è un esercizio privato di studiosi: serve a costruire una società più garbata, più tollerante, più capace di parlarsi. La nostra idea moderna di società civile, di dialogo democratico, di confronto fra opinioni, ha qui una delle sue radici.
La terza è che il sapere può essere leggero. Non deve essere per forza un trattato denso e severo. Una lettera, un dialogo breve, un proverbio commentato, un saggio ironico: anche queste sono forme di cultura, talvolta più efficaci dei grandi trattati. Erasmo insegna che il sapere può sorridere senza diventare frivolo.
Nel prossimo quaderno facciamo un altro salto. Da Erasmo, l'umanista che parla di libri, passiamo a un uomo che decide invece di studiare il libro più grande di tutti — quello della natura. Si chiama Galileo Galilei.