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Quaderno n. 9

Humboldt e Berlino, 1810

Si studia per scoprire, non per ripetere

Berlino, 1810. La Prussia è in ginocchio. Quattro anni prima Napoleone l'ha sconfitta a Jena, occupata Berlino, imposto un trattato umiliante. Lo stato prussiano è dimezzato territorialmente, schiacciato da indennizzi di guerra, costretto a ridurre l'esercito. Quando una nazione perde tutto — terra, soldati, denaro, prestigio — di solito si chiude in se stessa e aspetta tempi migliori.

La Prussia fa il contrario. In quegli anni di dolore e di crisi, decide di puntare su una cosa sola: l'istruzione. E nel 1810 fonda un'università nuova, a Berlino, destinata a cambiare il mondo. La progetta un uomo di quarantatré anni, linguista geniale, fratello del grande naturalista Alexander, ministro della Pubblica Istruzione per soli sedici mesi: Wilhelm von Humboldt.

In quei sedici mesi Humboldt fa una rivoluzione. Disegna un modello di università che, due secoli dopo, è ancora il modello di ogni università seria del mondo.

Le università prima di Humboldt

Per capire cosa cambia con Humboldt, dobbiamo guardare le università di prima. Per sette secoli — da Bologna in poi — l'università aveva avuto una funzione precisa: trasmettere il sapere accumulato. Si studiava il diritto romano, la teologia di Tommaso, la medicina di Galeno, la fisica di Aristotele. Si imparava ciò che gli antichi avevano già scoperto. Il professore aveva ragione perché citava l'autorità giusta. La verità era depositata nei libri di sempre.

C'erano stati, certo, momenti di rinnovamento — Galileo, Newton, l'Illuminismo. Ma erano avvenuti per lo più fuori dalle università, nelle accademie scientifiche, nei salotti, nei laboratori privati di gentiluomini facoltosi. Le università, anche le più prestigiose come Oxford o la Sorbona, erano luoghi dove si trasmetteva il passato, non dove si costruiva il futuro.

Humboldt rivoluziona questa idea. La sua università di Berlino nasce con un principio nuovo: l'unità di insegnamento e ricerca. Einheit von Lehre und Forschung, in tedesco. I professori non devono solo trasmettere agli studenti ciò che già si sa: devono, prima di tutto, scoprire cose nuove. E gli studenti non devono solo imparare: devono partecipare alla ricerca dei loro maestri.

Il professore-ricercatore

L'invenzione di Humboldt è il professore-ricercatore. Non più un erudito che ripete sapientemente le pagine giuste, ma uno studioso che sta lavorando a una sua propria ricerca, che ha problemi aperti, che pubblica articoli, che presenta i propri risultati a colleghi di tutta Europa. Quando insegna, condivide con gli studenti il suo lavoro vivo, non un sapere imbalsamato.

Da qui discendono molte cose che oggi diamo per scontate. Il dottorato di ricerca, che era stato inventato a Bologna ma serviva soprattutto a certificare un livello di erudizione, diventa con Humboldt il titolo che si ottiene avendo prodotto una ricerca originale: una tesi che aggiunge qualcosa alla disciplina. Il seminario — piccola classe in cui studenti avanzati discutono direttamente coi maestri — sostituisce in parte la lezione frontale. Il laboratorio, già usato in qualche scuola di medicina, diventa la struttura tipica delle scienze.

E nasce il concetto stesso di Wissenschaft: la parola tedesca che noi traduciamo come "scienza" ma che in realtà significa qualcosa di più ampio. Indica ogni sapere ricercato in modo sistematico, rigoroso, originale. La filologia è una Wissenschaft tanto quanto la fisica. La storia, l'archeologia, la matematica, la sociologia. Tutto ciò che si può studiare in modo sistematico merita un'università che lo studi in profondità.

La libertà accademica

Humboldt fonda la sua università su un secondo principio, ancora più audace: la libertà accademica. Akademische Freiheit. Lo stato finanzia l'università ma non le dice cosa pensare. I professori scelgono i loro temi di ricerca. Gli studenti scelgono i loro corsi. Le materie nascono e muoiono secondo necessità interne al sapere, non secondo calcoli politici.

Era una scelta coraggiosa per uno stato monarchico come la Prussia. Voleva dire rinunciare a un controllo politico stretto sulla cultura. Ma Humboldt era convinto — e aveva ragione — che senza libertà non c'è ricerca, e senza ricerca un'università diventa solo un grosso liceo per giovani adulti.

Questa libertà ha avuto conseguenze enormi. Nel corso dell'Ottocento, le università tedesche diventano i posti più importanti del mondo per fare scienza. Berlino, Heidelberg, Gottinga, Lipsia, Monaco. Lì lavorano Hegel e Schopenhauer in filosofia, Ranke e Mommsen in storia, Liebig in chimica, Helmholtz in fisica, Riemann in matematica, Wundt in psicologia. Studenti di tutto il mondo vanno a studiare in Germania come prima andavano a Parigi o a Padova. Quando dall'America cominciano a fondare università moderne — Johns Hopkins nel 1876, Chicago nel 1890 — copiano il modello tedesco.

L'idea di formazione

C'è un terzo concetto humboldtiano che vale la pena raccontare. Si chiama Bildung, e non si traduce facilmente. Letteralmente vuol dire "formazione", ma in tedesco è qualcosa di più: indica il processo attraverso cui una persona costruisce se stessa. Non solo imparando nozioni, ma sviluppando le proprie capacità interiori, formando il proprio carattere, diventando se stessa più piena.

Per Humboldt l'università non doveva produrre solo specialisti competenti. Doveva produrre persone colte — uomini e donne con un orizzonte ampio, capaci di pensare in modo autonomo, di assumere responsabilità nella società. Lo studente humboldtiano non studia per superare l'esame: studia per diventare ciò che potrebbe essere.

Questa idea della Bildung resta una delle più belle eredità ottocentesche. Sopravvive in tutte le università che hanno conservato un legame con la tradizione liberale, e oggi la sentiamo nostalgicamente quando si parla di "formazione integrale", di "cultura umanistica", di "università come comunità".

L'eredità

Tre cose Humboldt ci ha consegnato.

La prima è l'università moderna come centro di ricerca. Ogni volta che un professore pubblica un articolo originale, ogni volta che un dottorando difende una tesi che aggiunge qualcosa a un campo, ogni volta che un laboratorio universitario fa una scoperta — è il modello berlinese del 1810 che funziona. Senza Humboldt, le università sarebbero rimaste scuole superiori prestigiose, non motori di scoperta.

La seconda è la libertà accademica. Le accademie possono pensare ciò che vogliono, e lo stato deve proteggere questa libertà perché ne trae beneficio. È un patto difficile da mantenere — ci sono sempre stati governi tentati di pilotare la cultura — ma quando regge, funziona meravigliosamente.

La terza è la Bildung: l'idea che lo studio serve a formare persone, non solo professionisti. È un'idea bellissima e fragile, sempre minacciata dalle tentazioni della specializzazione spinta. Ma chiunque sia stato in un'università seria, anche solo per qualche anno, l'ha sentita: lo studio profondo cambia chi sei, non solo cosa sai.

Eppure il modello humboldtiano, per come l'abbiamo descritto, presupponeva una cosa semplice e implacabile: tempo, tanto tempo, dedicato a una sola disciplina, in una vita protetta dalle preoccupazioni materiali. Era un modello pensato per una piccola élite — i pochi, in tutta la società, che potevano permettersi sei o otto anni di studio universitario serio.

Nel prossimo quaderno faremo un'altra rivoluzione, in un altro luogo, con un'altra persona. Una donna. Una medico. Si chiamava Maria Montessori, e decise che il sapere non doveva essere un privilegio per pochi adulti. Doveva cominciare dai bambini.