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Quaderno n. 10

Maria Montessori

Il bambino al centro

San Lorenzo, Roma, 6 gennaio 1907. In un quartiere popolare appena costruito, ai margini della città, viene inaugurata una piccola scuola dell'infanzia per i figli degli operai. Si chiama "Casa dei Bambini". Ci entrano una cinquantina di piccoli fra i tre e i sei anni, sporchi, denutriti, parlanti dialetto, abituati a giocare per strada. Li accoglie una donna di trentasei anni, prima donna laureata in medicina nella storia d'Italia, con un'idea che cambierà per sempre il modo di pensare l'infanzia.

Si chiama Maria Montessori. È nata ad Ancona, ha studiato a Roma sfidando una società che non voleva donne all'università. È diventata medico nel 1896 specializzandosi in psichiatria infantile. Ha lavorato con bambini disabili — chiamati allora "anormali" o peggio "deficienti" — e ha scoperto, con sua grande sorpresa, che molti di loro potevano imparare meglio di quanto chiunque sospettasse, se solo li si trattava nel modo giusto.

Nella Casa dei Bambini di San Lorenzo decide di applicare a bambini sani il metodo che aveva sviluppato per i disabili. Il risultato la sorprende. Quei piccoli del quartiere popolare imparano a leggere e scrivere a quattro anni. Imparano l'aritmetica spontaneamente. Diventano calmi, ordinati, gentili. La voce si sparge. Visitatori da tutta Europa cominciano ad arrivare per vedere il "miracolo di San Lorenzo".

Il rovesciamento

Per capire cosa Montessori cambiò, bisogna ricordare come era la scuola dei suoi tempi. Per duemila anni — da Platone a Humboldt — si era pensato l'apprendimento come un rapporto fra un maestro che sa e un allievo che riceve. Il bambino era una pagina bianca su cui scrivere, una creta da modellare. L'insegnante era il centro: parlava, dirigeva, decideva, premiava, puniva.

Montessori rovescia completamente questa prospettiva. Il bambino, scrive, non è un essere passivo che attende di essere riempito. È un essere che cresce da solo, attraverso un'attività incessante, secondo leggi sue proprie. Compito dell'adulto non è plasmarlo, ma preparare un ambiente dentro il quale il bambino possa sviluppare le sue capacità per conto proprio.

Da qui il principio che ancora oggi è il cuore del metodo Montessori: "Aiutami a fare da solo".

L'ambiente preparato

Nella Casa dei Bambini Montessori abolì le sedie pesanti delle scuole tradizionali, che inchiodavano i bambini al banco per ore. Le sostituì con tavolini e sediole della loro misura, leggeri, che il bambino stesso poteva spostare. Mise gli oggetti — pennelli, piatti, libri, bicchieri — su scaffali bassi alla loro altezza. Fece in modo che il bambino potesse fare tutto da sé: vestirsi, lavarsi, mangiare, riordinare.

Inventò poi i suoi celebri "materiali di sviluppo": oggetti pensati con cura per insegnare un concetto preciso. La torre rosa, fatta di dieci cubi di dimensione decrescente, per imparare l'idea di grandezza. Le aste numeriche per l'aritmetica. Le lettere smerigliate per imparare l'alfabeto col tatto prima ancora che con la vista. Ogni oggetto è autocorrettivo: se il bambino lo usa male, se ne accorge da solo, senza bisogno che un adulto lo corregga.

L'ambiente preparato è una delle invenzioni più sottili della pedagogia moderna. Significa che lo spazio educa quanto il maestro. Una stanza ordinata, con materiali a portata di mano, con regole chiare ma libertà di scelta, è già di per sé una pedagogia.

Il maestro silenzioso

Anche il ruolo dell'adulto cambia profondamente. Nella scuola tradizionale il maestro era al centro — parlava, dimostrava, interrogava. Nella scuola montessoriana il maestro si fa da parte. Osserva. Interviene il meno possibile. Quando un bambino è concentrato su un'attività, l'adulto non lo interrompe per nessun motivo.

Montessori la chiama "concentrazione profonda" o "polarizzazione dell'attenzione". È quel momento, magico, in cui un bambino di tre anni passa quaranta minuti a infilare cilindri di legno nei buchi giusti, completamente assorbito, senza distrarsi mai. Per l'adulto è quasi commovente da osservare. Per il bambino è l'esperienza fondamentale: il momento in cui scopre la forza della propria mente.

L'idea che si possa insegnare non parlando, non interrompendo, non guidando passo passo, era per i tempi di Montessori una rivoluzione totale. Lo è ancora oggi, in fondo. La maggior parte delle aule scolastiche del mondo continua a basarsi sul modello opposto.

La diffusione mondiale

Negli anni successivi al 1907, il metodo Montessori si diffuse a una velocità che la stessa fondatrice non aveva previsto. Scuole montessoriane aprirono in Spagna, in Olanda, in Inghilterra, in India, negli Stati Uniti. Montessori stessa cominciò una vita di viaggi continui — corsi di formazione in mezza Europa, in America, in Asia — che durò per quarant'anni. Quando morì nel 1952, in Olanda, il suo metodo era applicato in oltre quaranta paesi.

Oggi, in tutto il mondo, ci sono oltre ventimila scuole montessoriane. In Italia, paradossalmente, sono relativamente poche — lei rimase a lungo in conflitto col regime fascista, che pure inizialmente l'aveva sostenuta, e dovette esiliarsi in India durante la guerra. Ma il suo metodo ha influenzato profondamente anche tutta la pedagogia non strettamente montessoriana. Concetti che oggi diamo per scontati — il rispetto dei tempi del bambino, l'importanza dell'ambiente educativo, l'idea di apprendimento attivo — sono in larga parte sue intuizioni.

L'eredità

Tre idee Montessori ha consegnato per sempre alla cultura educativa.

La prima è che il bambino è un essere completo, non un adulto in miniatura. Ha sue leggi di sviluppo, sue fasi di crescita, suoi modi di conoscere il mondo. La pedagogia moderna è quasi tutta costruita su questa intuizione. Persino chi non ha mai sentito parlare di Montessori, oggi, parla di "fasi sensibili", di "apprendimento attivo", di "rispetto dei tempi del bambino".

La seconda è che imparare è un'attività spontanea, non imposta. Il bambino non deve essere costretto a studiare: vuole imparare, ne ha bisogno, è la sua natura. Il compito dell'adulto è prepararle l'ambiente, non spingerlo. Quando questa idea funziona — e funziona, basta entrare in una buona scuola montessoriana per vederlo — i bambini sono incredibilmente felici di studiare.

La terza, più sottile, è che lo studio nasce dal fare. Non dalla parola del maestro, non dal libro, non dalla lezione frontale, ma dalle mani che maneggiano oggetti, sperimentano, sbagliano, riprovano. Era stato Aristotele a dirlo per primo, con la sua scuola del Liceo. Ma Montessori l'ha applicato ai bambini di tre anni, e ha mostrato che funziona ancora meglio.

Eppure — e qui la storia continua — il metodo Montessori ha sempre avuto un limite oggettivo. Funziona benissimo nelle scuole materne ed elementari, dove lo si usa. Si fatica a portarlo nelle scuole superiori, dove le materie diventano astratte e dove il modello tradizionale resiste. E richiede insegnanti molto preparati, materiali costosi, classi piccole. Non è un caso che le scuole montessoriane siano spesso scuole private. Una pedagogia bellissima, ma non sempre alla portata di tutti.

Nel prossimo quaderno andiamo proprio sull'opposto. Una scuola piccola, povera, in un paesino sperduto della Toscana. La fa un prete con sei bambini di contadini. Si chiamano lui e la scuola allo stesso modo: Don Lorenzo Milani, Barbiana.