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Quaderno n. 11

Don Milani e Barbiana

Una scuola per chi non aveva voce

Barbiana, agosto 1954. Un paesino di poche case sperduto sul Monte Giovi, in Mugello, a un'ora di auto da Firenze. Un giovane prete di trentun anni arriva in canonica con il suo bagaglio. Si chiama Lorenzo Milani. È stato esiliato lì dal Cardinale di Firenze come punizione per le sue idee scomode. Barbiana è una parrocchia che la diocesi sta per chiudere: non ci sono abbastanza fedeli, non c'è strada asfaltata, non c'è elettricità. Il Cardinale pensa che mandando Milani lassù lo farà tacere.

Sbaglia. In quei dodici anni di esilio, Don Milani non solo non tace: trasforma quella canonica in mezza montagna nella scuola più importante dell'Italia del Novecento. Una scuola fatta da sei bambini di contadini, senza programma ministeriale, senza voti, senza vacanze. Una scuola che nel 1967 — anno della sua morte — pubblicherà un libretto chiamato Lettera a una professoressa che cambierà per sempre il modo in cui in Italia si pensa l'istruzione.

La scuola che esclude

Per capire cosa Don Milani fece a Barbiana, bisogna sapere com'era la scuola italiana negli anni Cinquanta e Sessanta. Una scuola che funzionava, sì, ma per pochi. Tra i bambini che entravano in prima elementare, oltre il sessanta percento non arrivava alla terza media. Tra quelli che ci arrivavano, una metà veniva bocciata almeno una volta. Tra i diplomati, gli universitari erano una minoranza striminzita.

Chi veniva escluso, soprattutto? Sempre gli stessi: i figli dei contadini, i figli degli operai, i figli di chi parlava solo dialetto a casa. La scuola non era progettata per loro. Era progettata per i figli della classe colta — quelli che sentivano parlare italiano dalla nascita, che avevano libri in casa, che venivano aiutati a fare i compiti.

Questa scuola Don Milani la guardò bene a Barbiana. I suoi sei ragazzi erano tutti figli di contadini analfabeti, tutti destinati — secondo il sistema — alla bocciatura precoce e al lavoro nei campi. Cominciò a chiedersi: perché?

L'esperimento di Barbiana

La scuola di Barbiana non aveva niente di una scuola normale. Non c'erano classi divise per età. Bambini di sei anni studiavano accanto a ragazzi di sedici. Non c'erano programmi: si studiava ciò che serviva, quando serviva. Non c'erano vacanze: si studiava 365 giorni l'anno, dalle otto del mattino alle sette di sera. Non c'era una sola materia "scolastica": si studiava l'italiano leggendo i giornali del giorno e scrivendo lettere ai politici, la geografia preparando viaggi reali in Inghilterra o in Algeria, l'aritmetica calcolando il bilancio reale di una famiglia povera.

Soprattutto, non c'era selezione. Nessuno veniva bocciato. I più grandi insegnavano ai più piccoli — un'idea che oggi chiameremmo "peer learning" e che cinquant'anni dopo molte scuole moderne stanno riscoprendo. Si studiava in cerchio, intorno a un tavolone di legno. Quando uno non capiva, si fermava la classe finché non capiva. "Una buona scuola", scriveva Don Milani, "è quella che riesce a portare avanti i lenti, non quella che corre coi veloci."

Era l'opposto del modello scolastico dominante. E funzionava in modo sorprendente. I ragazzi di Barbiana, figli di analfabeti, scrivevano italiano migliore dei loro coetanei dei licei classici. Conoscevano le lingue. Capivano la politica. Sapevano discutere di costituzione, di lavoro, di guerra.

Lettera a una professoressa

Nel 1965 i ragazzi di Barbiana cominciarono a scrivere insieme un libro. L'idea era loro: vogliamo dire alla scuola italiana cosa pensiamo di lei. Don Milani li aiutò nel metodo — la scrittura collettiva, una pagina alla volta, con tutti che dovevano essere d'accordo prima di passare avanti — ma le parole erano dei ragazzi.

Il libro uscì nel maggio 1967, un mese prima della morte di Don Milani. Si intitolava Lettera a una professoressa, ed era una lettera aperta a una insegnante anonima delle scuole medie. Un'accusa precisa, durissima, ma lucidissima. Voi professori, dicevano i ragazzi, fate finta di insegnare a tutti, ma in realtà selezionate. Bocciate i poveri, promuovete i ricchi. Non vi accorgete che la scuola che sembra giusta — quella basata sul "merito" — è in realtà la scuola più ingiusta del mondo, perché tratta da uguali persone che partono diseguali.

Il libro vendette centinaia di migliaia di copie. Diventò il manifesto del Sessantotto italiano. Ispirò la riforma della scuola media unica, l'introduzione del tempo pieno, l'idea — oggi banale — che la scuola pubblica debba portare avanti i più deboli, non solo selezionare i più forti. Quasi sessant'anni dopo, Lettera a una professoressa è ancora il libro più letto sulla scuola italiana.

La parola come potere

C'è un'idea che attraversa tutta l'opera di Don Milani, e che vale la pena raccontare. Lui la chiamava "il fine della scuola". Per lui, la scuola serviva a una cosa precisa: dare la parola a chi non l'aveva. "I poveri sono inferiori a noi", scriveva, "perché hanno meno parole." Non meno intelligenza, non meno cuore, non meno coraggio: meno parole. E le parole, per Don Milani, sono potere. Chi non sa parlare bene, non sa difendersi quando lo imbroglia un avvocato, non sa contestare quando lo paga male un padrone, non sa farsi capire da un dottore, non sa votare con cognizione di causa.

Da qui il programma della scuola di Barbiana: insegnare l'italiano. Non per amore della lingua in sé, ma perché parlare bene è il primo passo per poter dire la propria. La cultura, in questa visione, non è ornamento — è strumento di emancipazione.

Era un'idea politicamente forte e aveva conseguenze. Don Milani fu processato due volte negli anni Sessanta per cose che aveva scritto. Una volta per aver difeso l'obiezione di coscienza al servizio militare. Un'altra per aver protestato contro un'azione militare italiana. Morì di un linfoma a quarantaquattro anni, nel giugno del 1967, prima di vedere il successo del libro che aveva scritto coi suoi ragazzi.

L'eredità

Tre cose Don Milani ha lasciato alla cultura italiana, e tutte tre restano discusse, vive, attuali.

La prima è l'idea che la scuola debba servire prima i deboli. Non i bravi, non i veloci, non i fortunati: i deboli. Una scuola che non riesce a far studiare un figlio di analfabeti ha fallito la sua missione, anche se manda a Yale tutti i figli dei professionisti.

La seconda è che la cultura è uno strumento di liberazione. Non si studia per essere "colti" in astratto, si studia per avere voce, per difendersi, per partecipare alla vita pubblica.

La terza, più sottile, è il valore del tempo dedicato. A Barbiana si studiava dodici ore al giorno, sette giorni la settimana. Non c'era altro modo, per portare avanti dei ragazzi che partivano da zero. Don Milani sapeva che il tempo è la prima vera disuguaglianza educativa.

Nel prossimo quaderno torniamo indietro di trentaquattro anni e cambiamo prospettiva. Andiamo a un altro grande momento della scuola italiana — il liceo gentiliano del 1923 — dove un filosofo idealista cercò di mettere la cultura al centro dello stato.