Il liceo gentiliano
Il sapere come formazione del carattere
Roma, ottobre 1923. Il regime fascista è al potere da meno di un anno. Mussolini ha bisogno di costruire uno stato moderno e ha scelto il suo ministro della Pubblica Istruzione fra gli intellettuali italiani più stimati: Giovanni Gentile, filosofo idealista, professore alla Sapienza. Ha cinquantuno anni. Gli viene affidato il compito di riformare l'intero sistema scolastico italiano, dalla scuola elementare all'università. In pochi mesi disegna una riforma che durerà — con poche modifiche — fino agli anni Sessanta, e che in parte regge ancora oggi.
Mussolini la chiamò "la più fascista delle riforme". Era un complimento, ma anche un equivoco. La riforma Gentile aveva poco di fascista nel senso politico del termine: era piuttosto la realizzazione di un'idea filosofica precisa, l'idealismo di Hegel adattato all'Italia, in cui la cultura — e particolarmente la cultura umanistica — viene vista come la spina dorsale di una nazione civile.
L'idea filosofica
Per Gentile, lo studio non serve solo a imparare un mestiere. Serve a formare lo "spirito": a costruire dentro la persona un mondo interiore ricco, capace di sentire e di pensare. Studiando Dante, un giovane non impara solo qualche verso di poesia: entra in contatto con un livello superiore di umanità.
Da qui la scelta che caratterizza la riforma del 1923: l'umanesimo è il cuore della scuola italiana. Si studiano il latino e il greco, la letteratura italiana, la storia, la filosofia, l'arte. Le materie tecniche e scientifiche esistono, ma sono in posizione subordinata. Il liceo classico è il vertice del sistema scolastico — la scuola dei migliori, quella che porta all'università.
La piramide gentiliana
Il sistema disegnato da Gentile aveva una forma piramidale precisa. Alla base, la scuola elementare obbligatoria di cinque anni, uguale per tutti. Sopra, due strade divergenti: una verso il liceo, una verso le scuole tecniche. Al vertice, l'università. Per accedere a tutte le facoltà — comprese giurisprudenza, medicina, ingegneria — serviva il diploma di liceo classico. Il diploma tecnico, in molti casi, non dava accesso all'università affatto.
Era una piramide. Pochi al vertice, molti alla base. Selezione pesante a ogni passaggio. L'esame di maturità — istituito proprio dalla riforma Gentile — era volutamente difficile, una specie di prova rituale che separava gli studiosi dai non studiosi.
Il limite di classe
C'era però un problema profondo. La piramide gentiliana era pensata per una società in cui pochi avrebbero studiato a lungo, e quei pochi sarebbero stati i figli delle classi colte. Negli anni Trenta, su cento bambini italiani che iniziavano le elementari, meno di dieci arrivavano al liceo. Tra i licei, quello classico — il vero "liceo" gentiliano — era frequentato quasi esclusivamente da figli della borghesia colta.
Gentile non vedeva questo come un difetto. Per lui era naturale che la cultura alta fosse di pochi: solo chi aveva la disposizione interiore poteva davvero studiare il greco e la filosofia. Era una visione aristocratica della cultura — non aristocratica per nascita, in linea di principio, ma aristocratica per "spirito". In pratica, però, lo "spirito" coincideva quasi sempre con la borghesia.
L'eredità
Tre cose Gentile ha consegnato alla scuola italiana, e su tutte e tre il giudizio resta diviso.
La prima è l'idea della cultura come formazione del carattere. Si studia non per imparare a fare qualcosa, ma per diventare qualcuno. È un'idea bellissima quando funziona — produce effettivamente persone colte, profonde, capaci di pensare. Ma è anche fragile: funziona solo se chi studia ha tempo, calma, motivazione.
La seconda è il primato della cultura umanistica. Gentile riteneva che leggere Dante contasse più che imparare la matematica. Era una posizione filosofica precisa, e ha lasciato in Italia una scuola che — più di altre in Europa — privilegia il letterario sullo scientifico.
La terza è la selezione come metodo. Gentile credeva che la scuola dovesse selezionare i migliori, e che la difficoltà fosse parte della formazione. È l'opposto dell'idea di Don Milani, che voleva una scuola che portasse avanti i lenti. Tra Gentile e Don Milani, la scuola italiana del Novecento ha oscillato per decenni — e oscilla ancora.
Nel prossimo quaderno facciamo un passo indietro nel tempo e raccontiamo qualcosa che oggi diamo per scontato ma che è una conquista storica recentissima: il diritto di ogni bambino italiano ad andare a scuola.