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Quaderno n. 5

Bologna 1088

La prima università del mondo

Bologna, fine dell'undicesimo secolo. Una città di mercanti che vive lungo la via Emilia. Non una capitale, non una grande corte, non una sede vescovile particolarmente potente. Eppure è qui — non a Roma, non a Parigi, non a Costantinopoli — che nasce un'istituzione destinata a cambiare il mondo per sempre.

Non c'è una data precisa. Non c'è un fondatore. Non c'è un atto di nascita. La data del 1088, fissata nel 1888 in occasione delle celebrazioni dell'Ottavo Centenario, è una scelta convenzionale: in quegli anni, a Bologna, alcuni maestri di diritto cominciarono a riunire studenti intorno a sé. Quel modesto inizio diventò, nel giro di un secolo, l'università più famosa d'Europa.

Una scuola di diritto

Bologna nasce per studiare il diritto romano. Il Corpus iuris civilis dell'imperatore Giustiniano, raccolta di leggi del sesto secolo, era stato dimenticato per cinquecento anni. Quando viene riscoperto, diventa una rivelazione: c'è un sistema giuridico antico, perfetto, che può servire ai mercanti, ai signori, ai comuni che stanno crescendo in tutta Europa.

A Bologna si forma una generazione di "glossatori": studiosi che leggono il diritto romano e ne scrivono i commenti — le glosse — a margine. Il primo grande maestro si chiama Irnerio. Poi vengono i suoi quattro discepoli, "i quattro dottori": Bulgaro, Martino, Ugo, Iacopo. Insegnano in case private. Gli studenti pagano direttamente loro.

Da tutta Europa cominciano ad arrivare giovani che vogliono studiare diritto. Tedeschi, francesi, inglesi, polacchi. Bologna diventa una città internazionale.

Studio e Studium

Il nome latino con cui da subito si chiamava era Studium. Più tardi, quando le scuole di tutta Europa ne avrebbero adottato il modello, si sarebbe parlato di Universitas — termine che originariamente non significava "totalità del sapere" ma piuttosto "corporazione", "associazione di persone".

L'Universitas di Bologna era infatti una corporazione di studenti. Loro pagavano i maestri, loro decidevano i programmi, loro eleggevano i rettori. Era, in sostanza, un sindacato di studenti che assumeva i propri docenti. Se un maestro arrivava in ritardo, lo multavano. Se le sue lezioni erano noiose, lo licenziavano.

A Parigi, qualche decennio dopo, l'università nascerà invece come corporazione di maestri — modello opposto, che è poi quello che si è imposto nei secoli. Ma all'inizio Bologna fece scuola.

L'autonomia dell'università

Nel 1158 l'imperatore Federico Barbarossa promulga la Authentica Habita. È una costituzione che riconosce per la prima volta uno status speciale agli studenti universitari: sono protetti durante il viaggio, sono giudicati da un tribunale proprio, godono di privilegi fiscali.

È un atto di portata immensa. Per la prima volta nella storia, un'istituzione del sapere ottiene autonomia rispetto al potere politico. L'università si pone come luogo a sé, dove non valgono le leggi ordinarie ma quelle del sapere.

Da quell'autonomia nasceranno conseguenze enormi. La libertà di ricerca scientifica. Il diritto al dissenso accademico. L'idea che certe conversazioni — quelle dotte, fra studiosi — debbano poter avvenire al riparo dalla politica. Tutto questo comincia a Bologna nel dodicesimo secolo.

Gli anni di studio

Studiare diritto a Bologna richiedeva tempo. Molto tempo. Per ottenere il titolo di baccelliere servivano cinque anni. Per la licentia docendi, otto. Per il dottorato, dieci o più.

Lo studente medievale entrava all'università a quattordici-quindici anni, se la sua famiglia poteva mantenerlo. Ne usciva con il dottorato in giurisprudenza intorno ai venticinque, se gli andava tutto bene. Dieci anni della sua vita dedicati a un solo sapere, vissuti in una città straniera, lontano dalla famiglia, in una lingua — il latino — diversa da quella materna.

Era, per molti versi, una vita monastica. E come nei monasteri, ciò che si imparava lo si imparava per sempre.

L'eredità

Bologna ha consegnato al mondo tre invenzioni che ancora ci accompagnano.

La prima è l'università stessa, come istituzione autonoma. Da Bologna, nel giro di due secoli, i modelli si moltiplicarono: Parigi, Oxford, Salamanca, Padova, Praga, Cracovia. Ogni grande città europea volle la sua università, e la struttura — facoltà, corsi, esami, gradi accademici — era ovunque la stessa. Nove secoli dopo, le università di tutto il mondo continuano a funzionare con un'organizzazione che nasce in quella Bologna del dodicesimo secolo.

La seconda è il dottorato. Il titolo più alto del sapere, conferito dopo anni di studio specialistico, nasce qui. Quando oggi un ricercatore prende il PhD, sta ripetendo, simbolicamente, un rituale che a Bologna i giuristi inventarono ottocento anni fa.

La terza, più sottile, è l'idea che il sapere meriti un investimento di vita. Dieci anni per imparare il diritto. Otto per la teologia. Sei per la medicina. Studiare seriamente, nella tradizione bolognese, vuol dire dedicare a una disciplina una porzione importante della propria esistenza.

È un'idea che ha attraversato i secoli quasi intatta — e che oggi, per la prima volta nella storia, comincia a vacillare. Nessuno, nel ventunesimo secolo, può immaginare di dedicare dieci anni della propria vita a una sola disciplina, senza ricevere in cambio un lavoro. Né, d'altra parte, può immaginare che dieci anni bastino: il sapere si moltiplica troppo in fretta. Il modello bolognese resta come ideale, ma il rapporto fra tempo e sapere si è incrinato.

Nel prossimo quaderno entriamo nella mente di un uomo che, nel cuore di questa cultura medievale, propose una rivoluzione: usare la domanda come metodo per costruire il sapere. Si chiamava Tommaso d'Aquino.