La lectio medievale
Quando si imparava leggendo a voce alta
Bologna, anno 1100 circa. Una stanza piccola, fredda d'inverno. Trenta studenti seduti per terra o su panche di legno. Davanti a loro, su un leggio, un maestro tiene aperto un grosso codice manoscritto. Lo apre, posa il dito sulla prima riga, e comincia a leggere ad alta voce.
Si chiama lectio. È il modo in cui si insegnava in Europa per circa cinquecento anni, tra il dodicesimo e il diciassettesimo secolo. La parola "lezione", che usiamo ancora oggi, viene da lì: dal verbo latino legere, "leggere".
Perché si leggeva a voce alta
L'Alto Medioevo, fra il sesto e l'undicesimo secolo, aveva quasi perso la capacità di leggere. Non era una scelta culturale: i libri erano oggetti rarissimi, costosissimi, copiati a mano da pochi monaci nei pochi monasteri rimasti. Un solo libro poteva costare quanto un piccolo podere agricolo. Una biblioteca di trecento volumi, come quella di Cluny nel decimo secolo, era una delle più ricche d'Europa.
Quando intorno al Mille la cultura ricomincia a fiorire, e nascono le prime università — Bologna nel 1088, Parigi qualche decennio dopo, Oxford a fine secolo — il problema è pratico: trenta studenti, un solo libro. Come si fa?
Si legge ad alta voce. Il maestro ha il libro, gli studenti hanno solo le orecchie e, se sono fortunati, un foglio per gli appunti. La lezione consiste letteralmente nel leggere il testo, parola per parola, e nel commentarlo.
Le quattro fasi della lectio
I medievali, che amavano organizzare tutto, codificarono la lezione in quattro fasi. La prima era la littera: il maestro leggeva ad alta voce un brano del libro, restituendolo nella sua forma esatta. La seconda era il sensus: spiegava il significato letterale di quelle parole, frase per frase. La terza era la sententia: andava più in profondità, spiegando il pensiero dell'autore al di là delle parole. La quarta, riservata agli studenti più avanzati, era la quaestio: si poneva una domanda critica, si esaminavano le risposte possibili, si ragionava insieme.
Quattro passaggi. Per un singolo brano potevano servire ore. Per un libro intero, mesi. Tommaso d'Aquino, di cui parleremo nel prossimo quaderno, impiegò anni a commentare l'Etica di Aristotele.
Era un sapere lentissimo. Non c'era altro modo. E quel ritmo lento aveva una virtù: ogni parola veniva pesata, masticata, capita davvero. Lo studente non aveva quaranta libri da scorrere — ne aveva uno, e doveva conoscerlo a fondo.
L'università come ascolto
Per cinque secoli, l'università europea fu fondata sull'ascolto. Si studiava con le orecchie, non con gli occhi. Lo studente medievale prendeva appunti, certo, ma il vero apprendimento avveniva mentre il maestro leggeva e commentava. Per questo le lezioni duravano due, tre ore filate. Per questo gli studenti più poveri, che non potevano permettersi i quaderni, sviluppavano memorie prodigiose.
L'invenzione della stampa, nel 1455, cambiò tutto. Improvvisamente i libri si moltiplicarono. In un secolo passarono da pochi milioni a centinaia di milioni di copie circolanti in Europa. Lo studente poteva finalmente avere il proprio testo. La lectio sopravvisse per qualche secolo per inerzia — e in qualche modo sopravvive ancora oggi, ogni volta che un professore legge le sue diapositive ad alta voce — ma la sua ragion d'essere era finita.
L'eredità
Tre cose della lectio medievale ci sono rimaste, anche se a volte non ce ne accorgiamo.
La prima è la parola "lezione". Quando un docente "fa lezione", letteralmente, sta facendo lectio: sta leggendo qualcosa, anche se quel qualcosa oggi è un appunto, una slide, un testo che ha preparato lui stesso. Il gesto è identico a quello di un maestro bolognese del 1200.
La seconda è l'idea che il sapere si riceve. Per tutta la nostra storia scolastica, dal Medioevo a oggi, lo studente è stato concepito come chi ascolta qualcuno che già sa. Solo nel Novecento, con la pedagogia attiva, abbiamo cominciato a mettere in discussione questa idea. Ma resiste, fortissima, in tutte le aule del mondo.
La terza è il valore del testo unico, letto e riletto. Un libro al mese, masticato bene, può essere un sapere più solido di cento libri scorsi in fretta. Non è un caso che le grandi tradizioni culturali del mondo — i monaci buddisti coi sutra, i rabbini con la Torah, i giuristi medievali col Corpus iuris — abbiano tutte scelto questa strada. Pochi testi, capiti a fondo.
Eppure, anche qui, c'è un punto da osservare. La lectio era una soluzione a un problema che oggi non abbiamo più: la scarsità dei libri. Noi viviamo nel suo opposto. Nel prossimo quaderno entriamo dentro la prima vera università del mondo — Bologna, 1088 — per capire come da quelle stanze polverose nacque qualcosa di completamente nuovo nella storia umana.