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Quaderno n. 14

Non è mai troppo tardi

Il maestro Manzi e l'Italia che imparava a leggere

15 novembre 1960. La Rai trasmette per la prima volta una trasmissione strana: un maestro elementare in giacca e cravatta, davanti a una lavagna, insegna a leggere a milioni di adulti. Si chiama Alberto Manzi, ha quarantadue anni, e sta facendo qualcosa che nessuno aveva mai tentato prima: usare la televisione per alfabetizzare un paese intero.

La trasmissione si chiama Non è mai troppo tardi. Andrà avanti per otto anni, fino al 1968. Lo guarderanno almeno un milione e mezzo di italiani adulti. Alla fine, oltre cinquecentomila avranno preso la licenza elementare proprio grazie a quel programma. È una delle trasformazioni culturali più riuscite della storia italiana, e oggi quasi nessuno se ne ricorda.

L'Italia degli anni Sessanta

Per capire l'impresa di Manzi bisogna guardare l'Italia di quegli anni. Nel 1960 oltre l'otto per cento degli italiani adulti è ancora completamente analfabeta. Un altro venti per cento è "semianalfabeta": sa firmare il proprio nome ma poco di più. Sono soprattutto donne, soprattutto del Sud, soprattutto contadini.

Nelle città industriali del Nord arrivano centinaia di migliaia di lavoratori meridionali che non sanno leggere il giornale né compilare un modulo. Per loro la scuola è impossibile: lavorano dieci ore al giorno e non hanno tempo per le serali. La televisione, però, è ovunque. Nei bar, nei circoli operai, nelle case dove un vicino l'ha comprata.

Manzi ha l'intuizione: si può imparare guardando la TV.

Il metodo Manzi

Il programma andava in onda alle sei e mezza di sera, prima del telegiornale. Mezz'ora al giorno, cinque giorni la settimana. Manzi parlava lentamente, scandiva, ripeteva. Disegnava lettere alla lavagna, accompagnandole a immagini. Mostrava parole semplici — casa, sole, pane — e le costruiva pezzo per pezzo.

Non era una lezione frontale tradizionale. Manzi parlava direttamente in camera, fissando lo spettatore, come se fosse seduto in cucina con lui. Il tono era caldo, paziente, mai paternalistico. Non faceva mai sentire stupido chi non sapeva. Diceva spesso: "Non è mai troppo tardi per imparare." Da lì il titolo.

Accanto al programma, Manzi aveva organizzato i "punti d'ascolto": tremila luoghi sparsi in tutta Italia — sezioni di partito, parrocchie, oratori — dove si poteva andare a vedere la trasmissione insieme, fare gli esercizi sul quaderno, trovare un volontario che dava una mano. Il sapere televisivo si appoggiava a una rete fisica di persone.

Perché funzionò

Funzionò per tre ragioni. Primo, Manzi era un grande maestro: capiva che gli adulti hanno paura di mostrarsi ignoranti, e li trattava con rispetto. Secondo, la televisione aveva un prestigio enorme in quegli anni — apparire in TV faceva quasi miracoli, e una lezione in TV non era una lezione qualsiasi. Terzo, l'Italia era pronta: dopo la guerra, dopo la ricostruzione, dopo il boom economico, c'era nelle persone una voglia nuova di non essere più indietro.

L'eredità

Tre cose Manzi ha lasciato alla cultura italiana.

La prima è la dimostrazione che si può insegnare a milioni di persone contemporaneamente, senza un'aula. La televisione, e poi internet, hanno fatto loro il resto del lavoro.

La seconda è un'idea di rispetto: quando si insegna agli adulti, mai farli sentire stupidi. Manzi questo principio lo aveva imparato sulla sua pelle, dopo anni di lavoro nelle scuole più povere.

La terza è il titolo stesso: non è mai troppo tardi. Una frase che è diventata un modo di dire, e che riassume il cuore di ogni progetto come questo. Imparare non è un privilegio dei giovani, né una corsa con un traguardo. È un'attività che si può cominciare a sessant'anni, e portare avanti finché si ha vita.

Nel prossimo quaderno restiamo in televisione e raccontiamo l'uomo che, dopo Manzi, fece qualcosa di simile ma su scala diversa: non insegnare a leggere a chi non sapeva, ma insegnare la scienza a tutti gli altri. Si chiamava Piero Angela.