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Quaderno n. 16

Il '68 e il sapere contestato

Tra libertà e dispersione

Berkeley, Parigi, Berlino, Roma, Milano. Nel 1968 una generazione di studenti universitari, in tutto il mondo occidentale, prende la parola contemporaneamente. Occupa gli atenei. Contesta i professori. Scrive sui muri. Pretende di cambiare radicalmente la scuola. È l'evento culturale più rumoroso del secondo Novecento, e cambia per sempre il modo di pensare l'istruzione superiore.

In Italia il '68 esplode con l'occupazione della Facoltà di Lettere alla Sapienza, il primo febbraio. Da lì si diffonde a tutte le università, e poi alle scuole superiori. Per quasi due anni il movimento studentesco occupa le aule, organizza assemblee, pubblica volantini.

Cosa contestavano

Le critiche erano specifiche e spesso fondate. L'università italiana del 1968 era una macchina rigida e inadeguata. I professori — quasi tutti uomini, quasi tutti anziani — facevano lezione frontale a centinaia di studenti seduti in aule sovraffollate. Gli esami erano arbitrari, basati sulla memoria più che sulla comprensione. Il rapporto tra studenti e docenti era distante, autoritario.

Negli anni precedenti, l'università italiana era cresciuta enormemente — da pochi privilegiati negli anni Cinquanta a centinaia di migliaia di studenti negli anni Sessanta — ma le strutture erano rimaste quelle di prima. I figli delle nuove classi medie entravano in aule pensate per piccoli numeri, e trovavano una macchina che non li aspettava.

Il '68 fu prima di tutto questo: una crisi di crescita male gestita, esplosa in protesta.

La rivoluzione del rapporto

La rivoluzione più profonda del '68, in fondo, non riguardò i programmi. Riguardò il rapporto tra chi insegna e chi studia. Per duemila anni il professore era stato l'autorità che parlava, e lo studente quello che ascoltava. Il '68 mise in crisi questa gerarchia.

Gli studenti pretesero di partecipare alle decisioni. Volevano scegliere i programmi, valutare i docenti, discutere con loro alla pari. Per qualche anno l'idea di una scuola "antiautoritaria" sembrò davvero possibile.

Funzionò poco. La maggior parte di quegli esperimenti finì nel disordine. Le università, però, ne uscirono cambiate. Il dialogo, la discussione, l'apertura — anche se in forma molto più moderata — entrarono nelle aule.

Il prezzo

C'era però un prezzo. Il '68 introdusse anche l'idea che il sapere fosse di per sé sospetto. Che ogni libro, ogni programma, ogni autorità nascondesse un'ideologia da smascherare. Per qualche anno, alcuni movimenti più radicali rifiutarono in blocco il "sapere borghese", chiusero biblioteche, denigrarono i classici. Era un'illusione: nessuna società può funzionare senza un sapere accumulato.

Quando l'illusione passò, era passato anche qualcos'altro. Una certa qualità dello studio universitario italiano — il rigore, la profondità, la pazienza — non si riprese più del tutto. Le università si democratizzarono, ma con un livello medio più basso di prima.

È un giudizio che ancora oggi divide. Per alcuni, il '68 fu la conquista di una scuola finalmente moderna. Per altri, l'inizio di un declino. La verità sta probabilmente in mezzo.

L'eredità

Tre cose il '68 ha lasciato alla cultura europea.

La prima è l'idea che lo studente abbia diritto di parola. Non è un soggetto passivo che riceve, ma un partecipante attivo del processo educativo.

La seconda è la critica dell'autorità. Nessun professore può più pretendere obbedienza solo perché ha la cattedra. Deve guadagnarsi il rispetto. È un'eredità positiva quando produce insegnanti migliori, problematica quando si trasforma in disprezzo per il sapere stesso.

La terza, più sottile, è una tensione che non si è mai risolta: come tenere insieme apertura e qualità, accesso di massa e profondità di studio. Il '68 ha aperto le università a tutti — bene — ma non ha trovato la formula per non perdere il livello. È un problema con cui ancora oggi tutte le università del mondo si confrontano.

Nel prossimo quaderno saltiamo all'epoca contemporanea. Una rivoluzione silenziosa, ma più grande di tutte le precedenti: l'arrivo di internet. La fine, per la prima volta nella storia, della scarsità del sapere.